Pippo_San 的个人资料|~There and Back Again~|日志列表 工具 帮助

Filippo

职业
地点
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 

|~There and Back Again~|

A Blog Far From The Madding Crowd

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

2006/12/5

Requiem for a Blog. Reborn.

The father has died. And the new son is born...see you there!

http://pipposan.splinder.com

2006/11/23

Please Forgive, Don't Forget

Dedicata a The_Doc
 
Caro amico/a,
potrei riempirti il discorso che sto facendo di tutte le banalità di questo mondo: cose come "ognuno di noi è diverso", o più poeticamente "l'anima di ognuno è come un diamante in Terra". E forse è vero, proprio vero, che queste sono banalità. Ma sono maledettamente vere, sono piccole dosi di un buon curativo che è la saggezza popolare. Il punto è che non c'è una medicina universale per tutti. Non per l'anima, o se magari anima ti sembra che sia troppo legato alla fede, diciamo per l'Essere che sei davvero, tutto ciò che ti rende davvero UMANO. Perchè tu, come me, come noi, sei umano. Gli uomini agiscono liberi, e liberi sbagliano. Gli uomini ridono, piangono, conoscono gioie e dolori, dimenticano e...perdonano. Perchè siamo umani.
Perchè siamo umani? Cosa ci rende umani? E questo è il punto, ognuno nella sua vita trova una propria risposta, un senso alle proprie azioni. Ciò nonostante, io credo che la risposta non vada ricercata nella ragione. La ragione ci rende più che umani, ragione e fede vanno oltre la nostra vita, e sono un pò la nostra essenza angelica. Come se in un qualche modo andassero oltre una ricerca banalmente terrena, e così importante per noi come la felicità.
 
Siamo umani, troppo umani perchè in fondo cerchiamo tutti sempre e solo quella strana cosa chiamata felicità.
 
Ecco dove nasce l'importanza dell'"istinto", quell'istinto che non intende la parte furiosa, vagamente animalesca, selvaggia che è in noi. Quella è l'illusione temporanea che rovina l'esistenza futura, e che i più forti e bravi tra noi respingono con ragione e fede. Ma l'"istinto", quello serve, quello che ci rende umani, quello che ci fa sentire davvero noi. Quell'istinto che non è mancanza di ragione, neppure un oscuramento della fede: ma è complemento ad essa. Io lo vedo come la nostra parte grezza, come se ragione e fede fossero le cose che ci rendono già angeli, come se l'istinto fosse ciò che ci tiene umani.
 
Potresti chiamarlo intuito forse, forse persino sesto senso o qualsiasi cosa tu voglia.
A me piace chiamarlo SENSIBILITA'. E' comprensione, e amicizia, e amore, e armonia, e concordia. Ed è persino dolore, e sofferenza, e odio e indifferenza. Come una seconda pelle, è il contatto con il mondo, con gli altri, e con noi stessi, il nostro fisico e il nostro spirito.
 

Eccola la nostra bacchetta da rabdomante, che anzichè cercare l'acqua cerca la felicità. Vedi, mio buon amico, non puoi essere felice se in ogni momento cerchi solo la ragione e la riflessione. Devi seguire ragione e riflessione, che ti saranno buone guide per tutta la vita, ma devi anche, per dirla con un'altra banalità, "andare dove ti porta il cuore", seguire la sensibilità, quell'intuito, quel sesto senso.
La felicità che cerchi, umana troppo umana, la troverai così nelle piccole cose, in ogni singolo attimo, se tu sarai pronto a coglierlo.
"Carpe Diem" non è solo un motto che ci spinge a non sprecare il nostro tempo. Io lo vedo come un monito a non lasciarci sfuggire nessun attimo della vita perchè quell'attimo d'un tratto può diventare il più importante di tutta la vita stessa, puoi trovarci ciò che stai cercando, e che umanamente ti soddisfa. Ci può essere felicità in quell'attimo. E forse si, è vero. In quell'attimo non sei sicuro di cosa troverai. E' un pò come scartare un Uovo di Pasqua. Più grande. Più importante. Qualche volta fondamentale. E potresti trovarci persino dolore, potresti trovarci spiacevoli conseguenze. Ma saprai di non aver sprecato nessuna occasione, di non aver gettato neppure un granello delle possibilità che ti vengono offerte. Forse ci troverai il rimorso. Ma la verità è che non puoi dimenticare una cosa persa, perchè quella perdita ti tormenterà. Puoi invece perdonare una cosa fatta. Il perdono è una strada molto più difficile, ma ti servirà per sempre, mentre una dimenticanza no, quella sarà solo latente, e rimarrà come una cicatrice sanguinolenta.
 
Si, amico mio, si, meglio perdonare, non dimenticare.

 

2006/10/25

Ciao, Paolo


Paolo Dego, 1953-2006
Maestro e amico. Per sempre.

Ciao, Paolo.
Ormai sono passati tre anni dall'ultima volta in cui ci siamo parlati. Quante cose sono successe nel frattempo, soprattutto per te.
Ricordo che ti chiamai al telefono. Era la primavera del 2004, e tu mi dicesti che di lì a poco ti saresti sposato.
Tu sposato?! Non ci potevo credere! Sorridevo pensando che raggiunti i cinquanta anche il caro Paolo potesse aver messo la testa a posto!
Ricordo che volevo proporti di lavorare sulla "Banca del Sorriso" della Consulta Intercomunale. Sapevo che avresti potuto fare un grandissimo lavoro, ne ero certo perchè quel sorriso tu lo portavi dentro di te, nella tua sprizzante energia, nella tua fantastica logorrea. Avevi altri progetti tra le mani, questo non si sarebbe concretizzato con te, e mi desti altri nomi. E le nostre strade si divisero da quell'ultima occasione.
 
Per sempre.
 
E' come se d'improvviso qualcuno mi avesse strappato un pezzetto di cuore. Come se qualcuno avesse spezzato un corda di quel perfetto violino che è l'anima. Non ci sei più, Paolo.
Paolo, non ci sei più.
Il Gazzettino titola in fondo pagina:"Il teatro piange Paolo Dego, leader di "Bretelle Lasche"".
E' come se tutto per un attimo fosse diventato nero, un pò opaco, un pò indistinto. Come se quelle due lacrimucce che iniziavano a bagnarmi gli occhi mi stessero annegando.
E' come se d'improvviso ricordi sepolti, emozioni e sensazioni di anni passati ritornassero a galla, chissà da dove, chissà come. Immagini di me su un palco, di Paolo che mi istruisce...
Paolo.
No, non è vero. Paolo, tu per me sei sempre stato un immortale, una di quelle persone che non possono cedere a niente e a nulla, nemmeno di fronte a un male incurabile.
No Paolo, tu ci sei, tu sei qui vicino a me. Paolo, tu vivi.
Vivi nelle tue opere, vivi nell'"Augellin Belverde", nei "Destini di Frontiera". Vivi nei tuoi gesti, nei tuoi movimenti, nelle tue parole, e nel tuo bizzarro comportamento.
Paolo tu vivi! Tu che mi sei stato per alcuni anni un pò maestro severamente tenero, un pò padre, e su tutto un meraviglioso amico. Tu vivi!
Vivi nel mio cuore, nei miei ricordi, vivi nella mia amicizia e nel mio sempiterno affetto, nella mia immacolata e immarcescibile gratitudine!
Ti sarò sempre grato, Paolo. Il tuo insegnamento mi ha portato da un palco di teatro all'altro, mi ha fatto scoprire l'amore per la recitazione, mi ha insegnato cosa significa "l'altro" e "il diverso", mi ha fatto capire dove sta nel nostro spirito la sensibilità.
Oggi Paolo, mi hai fatto vedere qualcosa che non avevo ancora visto. Mi hai fatto vedere che gli affetti sono davvero eterni, mi hai fatto vedere che l'amore, l'amicizia, la dedizione, la fede, sono sentieri che non ci abbandonano mai, e che vanno oltre la vita e la morte.
 
E so Paolo che in me tu vivrai. E vivrai nel cuore di tutti coloro che ti hanno conosciuto e ti hanno amato.
Lascia solo che ti chieda scusa se le mie parole sono ben poca cosa rispetto a ciò che vorrei forse dirti, a quel turbamento che muove il mio animo, ma in fondo so, che da lassù tu quei pensieri li conosci già.
Già, sei nel mio cuore, e nel mio animo.
Per sempre.
 
Ciao, Paolo!
 
2006/10/11

ReadME.txt

E' innegabile che nella vita di tutti i giorni le definizioni ci aiutino in un modo che definirei essenziale. Le definizioni ci permettono di comunicare, il più delle volte con un margine di errore davvero irrilevante. Di fatto, nella società dell'informazione, le definizioni ci permettono di vivere, e regolano il rapporto dell'"io con il tu".
Ci sono tuttavia circostanze in cui le definizioni sono una strada impraticabile.
L'Amore è di certo indefinibile.
Il concetto di Casa è indefinibile.
Su tutti, su tutto, il concetto di Identità è indefinibile.

l’insieme dei caratteri peculiari che contraddistinguono un individuo, un gruppo di individui e sim.

Dizionario De Mauro

Mi sono spesso chiesto in che modo definire la mia Identità, che tutto sommato è un pò come chiedersi:"chi sono?". Mi piacerebbe esistesse un file ReadME.txt che potesse anche solo vagamente esprimere l'Essere che compone l'Io, fisico e spirituale. Già, perchè una prima domanda da porsi dovrebbe essere: possiamo scindere ciò che siamo negli aspetti fisico e spirituale, sociale e culturale, storico e metafisico? Molti filosofi tendono ad operare un processo simile, andando a scegliere per ogni aspetto una definizione. Eppure non posso non sentire quella sensazione di stridore, di inadeguatezza.
Perchè l'Io è uno. Uno e molteplice.
Non è possibile riassumere l'Io dalle sue particolari espressioni, perchè se l'Io di una persona è come un diamante, allora ne fotograferei solo alcune facce.
E non basta.
Non basta dire che che è "l'insieme dei caratteri peculiari". Perchè la verità è che l'Io non è una semplice sommatoria di pezzettini, l'Io non è una semplice unione. E' anche guida. E' controllo. E' forma. E' senso e significato.
E’…di più.

Non posso fare a meno di sorridere pensando a quell’illusione piuttosto naif che si chiamano banche dati. Mi stupiscono sempre i vari criteri di catalogazione delle identità in funzione di qualcuno o qualcosa, specie se si tratta di racimolare quattrini promulgando la futura campagna premi "Più Acquisti Più Vinci"™.
Talvolta sorrido pensando alle fantasie fantascientifiche sulle repliche, sulla conoscenza del DNA, sulla clonazione. Perché davvero un sentimento può essere replicato? Un’emozione può forse essere replicata? Un’idea, una sensazione, una passione. Tutto ciò può essere replicato?

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.

Eraclito – De Natura

E’ l’attimo che fugge, è ciò che non può essere raccolto, né mai più raggiunto

. Ed ecco perché l’"Io" non è semplice somma, ma un costante rinnovamento delle sue parti costituenti ogni singolo istante.

Mentre penso passeggio, e sulle vetrine luminose di un negozio del centro di un posto che non ha importanza nominare, vedo la mia "immagine" riflessa.
Non ho mai negato il valore dell’apparenza. L’apparenza, in quanto tale, certo non è sostanza, eppure è in ogni suo aspetto una forma, una manifestazione dell’"Io". In molti ritengono che l’apparenza sia solo un aspetto del tutto trascurabile nel processo di conoscenza, legato per lo più alla esclusiva soddisfazione dei sensi.
In ciò credo si commetta un errore. Sarebbe un assunto sbagliato pensare che noi siamo ciò che appariamo. Eppure del tutto inconfutabile risulterebbe pensare che noi siamo ANCHE ciò che appariamo. L’apparenza è il primo grado della conoscenza, legato alla sensibilità, ma non per questo meno importante.
Io sono, a tutti gli effetti, il modo in cui appaio, il modo in cui mi vedo riguardandomi allo specchio. Anche, ma lo sono. E sono il modo in cui mi pettino, e il modo in cui vesto. In ciò non vi dovrebbe essere dubbio alcuno, perché anche l’apparenza, per quanto discutibile, fa parte dell’identità. Dagli occhiali alle scarpe, dai tatuaggi ai piercing, dalle collane agli anelli, dalle sopracciglia alle dita dei piedi, dal modo di vestire al modo di vivere le giornate.

E poi mi sposto un momento, e quell’immagine non c’è più. Eterea e caduca. Mirabilmente effimera.
Curioso, di fatto nella mia carta d’identità leggo proprio ciò che di me va morendo giorno dopo giorno. Leggo della mia residenza, leggo dei miei capelli e dei miei occhi, leggo del mio stato civile e dei miei segni particolari.
Leggo insomma del mio apparire.
Manca proprio tutto, tutto ciò che della mia identità non morirà mai.
Manca la mia fede.
Mancano le mie idee.
Manca il mio pensiero.
Mancano le mie esperienze.
Manca la cultura acquisita.
Già perché non c’è anche la mia anima? Perché non ci sono i miei scritti? Perché mai non c’è la mia genealogia?
Ma soprattutto, perché c’è il mio nome?

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

Umberto Eco – Il Nome della Rosa

A che serve il nome dell’antica rosa, quando l’unica cosa che ci è rimasta è proprio il puro e semplice nome? Cosa te ne fai del nome se non ne assapori l’inconfondibile profumo, e non ne tocchi l’incantevole bellezza?

Perché c’è il mio nome? A che servirà un nome quando il mio essere fisico non sarà più null’altro che polvere e terra? A chi servirà un nome se non resterà la mia reale identità?

E intanto non posso fare a meno di osservare che su quel foglio di carta color marrone c’è un campo che recita "cittadinanza". E non posso fare a meno neppure di sentirmi confuso. Perché la cittadinanza farebbe parte della mia identità? In che modo?
Da secoli ormai, da John Locke e Jean-Jacques Rousseau, il concetto di cittadinanza si è sempre più disciolto in senso illuministico verso il concetto di un contenitore di diritti soggettivi, fondati sull’eguaglianza giuridica. Un contenitore di diritti o poco più. E’ curioso sembra un’identità più forte per la società l’"Io" come possessore di diritto, anziché l’"Io" come prodotto di sedimentazioni e culture. Perché il punto è proprio questo: i miei diritti sono reclamati per Natura, nato con quel dono che il Signore mi ha fatto del "libero arbitrio".
E questi diritti sono universali e non particolari, e non contribuiscono in modo minimale a definire la MIA identità.
Stato di Diritto lo chiamano.
La mia identità è ben altro. La mia identità è storia e storie di antenati lontani lungo le ere di questa Terra. La mia identità è storia e storie dei paesi in cui sono nato e in cui vivo e ho vissuto. La mia identità è fatta di tradizioni e costumi, di usi e dialetti, di modi di esprimersi, modi di vestire e fare. La mia identità è dunque sedimento di strati culturali diversi, di influenze tra le più varie e svariate, e che vanno dalla lingua alla religione, dalla politica ai valori, dalla cultura alle espressioni.

La cittadinanza non dovrebbe essere universalità, ma comunione di identità, legate da un filo comune, un trait d’union condiviso: un bene che non dovremmo svendere, ma per cui dovremmo fermamente combattere.

...dare ai privati certi diritti e garantire loro il godimento incontestato dei medesimi; conservare all'individuo quel poco di indipendenza, di forza, di originalità che gli restano; ridargli dignità a fianco della società e sostenerlo di fronte ad essa; questo sembra essere il primo scopo del legislatore nell'età in cui stiamo entrando.

Alexis de Tocqueville

Perché anche la cittadinanza è la nostra identità. Anche.

E troppo tardi sarà l’istante in cui immoleremo le nostre identità votandole al relativismo, in una putrida accozzaglia di uguaglianza senza originalità, o votandole alla noncuranza e al menefreghismo, in cui le esistenze si afflosciano al vuoto sopravvivere senza provare a spingere a fondo quel pensiero che è la caratteristica distintiva di noi esseri umani.

Perché in quel momento, nel momento in cui non ci preoccuperemo più della nostra identità, saremo persi e morti, e cammineremo su questo mondo solo nell’attesa che il nostro fisico svanisca nelle braccia del tempo.

Perché in quel momento smarriremo noi stessi.

Perché l’identità è tutto ciò che definisce l’"Io", e tutto ciò che siamo, ben oltre i nostri geni, aldilà del DNA.

E’ l’identità, è il nostro ReadME.txt.

2006/9/18

IKEA.οικία

IKEA. Ingvar Kamprad Elmtaryd Agunnaryd.
 
IKEA, a me piace pensarla come una di quelle storie da favola dei tempi moderni. Un ragazzino che gironzola per le strade del proprio quartiere della cittadina di Älmhult, in Svezia. Siamo nel 1943, quel ragazzino si chiama Ingvar Kamprad. E' un ragazzino tosto, capace a scuola anche se dislessico. Vende fiammiferi gironzolando con la sua bicicletta, a prezzo davvero basso. E nota che a quel prezzo ne vende molti, molti davvero.
Finchè a 17 anni, bravo com'è negli studi, il padre gli regala il primo mattone della sua compagnia: IKEA.
 
IKEA è un simbolo ormai nell'immaginario colletivo. Un simbolo che dice "casa" in ogni sua più piccola parte. IKEA, cioè Ingvar Kamprad (il suo fondatore, meglio il suo "CREATORE"). IKEA cioè Elmtaryd Agunnaryd, il paese natale del suo Creatore.
IKEA, cioè οικία, come i Greci chiamavano "CASA", ma non l'edificio. Casa davvero, là dove sei il Re di te stesso, dove sta il tuo Cuore.
 
IKEA. Porte automatiche, scale mobili, parcheggi per famiglie, e famiglie con passeggini, carrelli e carrellini. L'Entrata è come un confine tra due Stati, il vuoto fuori, il tutto dentro. Perchè dentro è IKEA, dentro è CASA.
Sembra davvero il paese di Babbo Natale, in versione mobilificio. Scivoli attraverso meravigliose disposizioni, tra salotti e salottini, cucine e sale da pranzo, bagni, camere e camerette. Un pò ti brillano gli occhi, e non capisci bene se è lo stupore del posto, i faretti puntati in ogni direzione, o un pizzico di inebriante felicità. E ti gira un poco la testa, guardando quella stoffa, posando gli occhi su quello scaffale, osservando la strana libreria, apprezzando il curioso pensile.
 
E, forse, senti davvero un formicolio di felicità. Ti par di ricordare quel giovane ragazzino che ha creato tutto questo, e leggendo il catalogo di sentirlo dire "Questo è un Mondo che ho creato perchè tu lo plasmi a modo tuo, secondo il tuo spirito e la tua volontà". Si si, lo senti quel formicolio, è come se qualcuno ti dicesse in modo meravigliosamente patinato "Ti offro una possibilità: potrai costruire davvero la tua CASA".
E guarda quanta gente! C'è tutto un mondo chiuso dentro qualche migliaio di metri quadri: single e coppie, famiglie e divorziati, etero e gay, sposati e amanti, credenti e atei, di sinistra e di destra.
C'è come un'intuizione, un senso, un significato.
C'è come una fame, una ricerca.
 
C'è voglia di casa. Casa davvero.
 
Ma poco dopo quelle luci si affievoliscono. La testa non gira più, e quelle facce, quella gente inizia a ingrigire, e molti li vedi sbuffare annoiati.
Quella copertina meravigliosamente patinata inizia a svanire come un sogno al sorgere dell'alba.

E tutt'attorno compaiono cartellini, e macchine, e standard. "Questo prodotto puoi ritirarlo al self-service mobili, scaffale 34, posto 15". E ti trovi attorniato da scatoloni meticolosamente inseriti nella corretta posizione, sposta un pacco e cade la costruzione. Allora inizi ad aprire gli occhi, e ti trovi in un gigantesco magazzino, circondato da cataste di merci dai nomi più bizzarri come "KONGSVIK", "TIDAHOLM", "FLYTTA"...e ti senti confuso e perso in una terra che non è più tua, mentre tutto si fa distante e sfocato...
 
...e ti senti sciocco e stupido. Ti senti l'ennesimo consumatore di un sogno che non è tuo, utente di un sogno usato, creato e gettato in pasto alla società. Ti senti un'ombra tra le ombre che popolano il magazzino, e senti il freddo che viene da fuori.
Fuori piove. Dentro piove. Quel confine che ti sembrava di aver visto all'entrata non c'è più, ti senti come la ciliegina su quella fetta di torta che è stata appena divorata, e ti trovi ancora perso come se fossi appena uscito da Casa, e quella porta non si apre più, e nessuno potrà aprirla per te. Nessuno. Perchè ormai sei l'ennesimo sottoprodotto di una grande catena nata più di 60 anni fa, schiavo del marketing e una cifra tra i segni "+" e "-" del bilancio. Quasi alla cassa, e sai che quella Casa non potrà mai essere tua, ma sarà solo la replica tra tante, e ti senti raggirato e truffato, come se quel sogno di individualità sparisse, e tu stesso rimani perso e piccolo come una copia tra tante.
Inscatolato. Ingabbiato. Vincolato nel tuo bel scaffale. Acquistato da qualcuno.
Una copia biologicamente impeccabile, nata da un'idea altrui.

Ma tu l'hai sentita Casa. Tu sai che c'è, ed è dentro di te, là dove nessuno sa guardare, dove nessuno può arrivare, più lontano da ogni cosa materiale e vivente. Casa puoi sentirla.
E allora butti le borse. Spingi lontano i carrelli. Butti la roba dagli scaffali.
E credi nel tuo sogno.
 
Credi nella TUA Casa.