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日志


2006/10/25

Ciao, Paolo


Paolo Dego, 1953-2006
Maestro e amico. Per sempre.

Ciao, Paolo.
Ormai sono passati tre anni dall'ultima volta in cui ci siamo parlati. Quante cose sono successe nel frattempo, soprattutto per te.
Ricordo che ti chiamai al telefono. Era la primavera del 2004, e tu mi dicesti che di lì a poco ti saresti sposato.
Tu sposato?! Non ci potevo credere! Sorridevo pensando che raggiunti i cinquanta anche il caro Paolo potesse aver messo la testa a posto!
Ricordo che volevo proporti di lavorare sulla "Banca del Sorriso" della Consulta Intercomunale. Sapevo che avresti potuto fare un grandissimo lavoro, ne ero certo perchè quel sorriso tu lo portavi dentro di te, nella tua sprizzante energia, nella tua fantastica logorrea. Avevi altri progetti tra le mani, questo non si sarebbe concretizzato con te, e mi desti altri nomi. E le nostre strade si divisero da quell'ultima occasione.
 
Per sempre.
 
E' come se d'improvviso qualcuno mi avesse strappato un pezzetto di cuore. Come se qualcuno avesse spezzato un corda di quel perfetto violino che è l'anima. Non ci sei più, Paolo.
Paolo, non ci sei più.
Il Gazzettino titola in fondo pagina:"Il teatro piange Paolo Dego, leader di "Bretelle Lasche"".
E' come se tutto per un attimo fosse diventato nero, un pò opaco, un pò indistinto. Come se quelle due lacrimucce che iniziavano a bagnarmi gli occhi mi stessero annegando.
E' come se d'improvviso ricordi sepolti, emozioni e sensazioni di anni passati ritornassero a galla, chissà da dove, chissà come. Immagini di me su un palco, di Paolo che mi istruisce...
Paolo.
No, non è vero. Paolo, tu per me sei sempre stato un immortale, una di quelle persone che non possono cedere a niente e a nulla, nemmeno di fronte a un male incurabile.
No Paolo, tu ci sei, tu sei qui vicino a me. Paolo, tu vivi.
Vivi nelle tue opere, vivi nell'"Augellin Belverde", nei "Destini di Frontiera". Vivi nei tuoi gesti, nei tuoi movimenti, nelle tue parole, e nel tuo bizzarro comportamento.
Paolo tu vivi! Tu che mi sei stato per alcuni anni un pò maestro severamente tenero, un pò padre, e su tutto un meraviglioso amico. Tu vivi!
Vivi nel mio cuore, nei miei ricordi, vivi nella mia amicizia e nel mio sempiterno affetto, nella mia immacolata e immarcescibile gratitudine!
Ti sarò sempre grato, Paolo. Il tuo insegnamento mi ha portato da un palco di teatro all'altro, mi ha fatto scoprire l'amore per la recitazione, mi ha insegnato cosa significa "l'altro" e "il diverso", mi ha fatto capire dove sta nel nostro spirito la sensibilità.
Oggi Paolo, mi hai fatto vedere qualcosa che non avevo ancora visto. Mi hai fatto vedere che gli affetti sono davvero eterni, mi hai fatto vedere che l'amore, l'amicizia, la dedizione, la fede, sono sentieri che non ci abbandonano mai, e che vanno oltre la vita e la morte.
 
E so Paolo che in me tu vivrai. E vivrai nel cuore di tutti coloro che ti hanno conosciuto e ti hanno amato.
Lascia solo che ti chieda scusa se le mie parole sono ben poca cosa rispetto a ciò che vorrei forse dirti, a quel turbamento che muove il mio animo, ma in fondo so, che da lassù tu quei pensieri li conosci già.
Già, sei nel mio cuore, e nel mio animo.
Per sempre.
 
Ciao, Paolo!
 
2006/10/11

ReadME.txt

E' innegabile che nella vita di tutti i giorni le definizioni ci aiutino in un modo che definirei essenziale. Le definizioni ci permettono di comunicare, il più delle volte con un margine di errore davvero irrilevante. Di fatto, nella società dell'informazione, le definizioni ci permettono di vivere, e regolano il rapporto dell'"io con il tu".
Ci sono tuttavia circostanze in cui le definizioni sono una strada impraticabile.
L'Amore è di certo indefinibile.
Il concetto di Casa è indefinibile.
Su tutti, su tutto, il concetto di Identità è indefinibile.

l’insieme dei caratteri peculiari che contraddistinguono un individuo, un gruppo di individui e sim.

Dizionario De Mauro

Mi sono spesso chiesto in che modo definire la mia Identità, che tutto sommato è un pò come chiedersi:"chi sono?". Mi piacerebbe esistesse un file ReadME.txt che potesse anche solo vagamente esprimere l'Essere che compone l'Io, fisico e spirituale. Già, perchè una prima domanda da porsi dovrebbe essere: possiamo scindere ciò che siamo negli aspetti fisico e spirituale, sociale e culturale, storico e metafisico? Molti filosofi tendono ad operare un processo simile, andando a scegliere per ogni aspetto una definizione. Eppure non posso non sentire quella sensazione di stridore, di inadeguatezza.
Perchè l'Io è uno. Uno e molteplice.
Non è possibile riassumere l'Io dalle sue particolari espressioni, perchè se l'Io di una persona è come un diamante, allora ne fotograferei solo alcune facce.
E non basta.
Non basta dire che che è "l'insieme dei caratteri peculiari". Perchè la verità è che l'Io non è una semplice sommatoria di pezzettini, l'Io non è una semplice unione. E' anche guida. E' controllo. E' forma. E' senso e significato.
E’…di più.

Non posso fare a meno di sorridere pensando a quell’illusione piuttosto naif che si chiamano banche dati. Mi stupiscono sempre i vari criteri di catalogazione delle identità in funzione di qualcuno o qualcosa, specie se si tratta di racimolare quattrini promulgando la futura campagna premi "Più Acquisti Più Vinci"™.
Talvolta sorrido pensando alle fantasie fantascientifiche sulle repliche, sulla conoscenza del DNA, sulla clonazione. Perché davvero un sentimento può essere replicato? Un’emozione può forse essere replicata? Un’idea, una sensazione, una passione. Tutto ciò può essere replicato?

Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.

Eraclito – De Natura

E’ l’attimo che fugge, è ciò che non può essere raccolto, né mai più raggiunto

. Ed ecco perché l’"Io" non è semplice somma, ma un costante rinnovamento delle sue parti costituenti ogni singolo istante.

Mentre penso passeggio, e sulle vetrine luminose di un negozio del centro di un posto che non ha importanza nominare, vedo la mia "immagine" riflessa.
Non ho mai negato il valore dell’apparenza. L’apparenza, in quanto tale, certo non è sostanza, eppure è in ogni suo aspetto una forma, una manifestazione dell’"Io". In molti ritengono che l’apparenza sia solo un aspetto del tutto trascurabile nel processo di conoscenza, legato per lo più alla esclusiva soddisfazione dei sensi.
In ciò credo si commetta un errore. Sarebbe un assunto sbagliato pensare che noi siamo ciò che appariamo. Eppure del tutto inconfutabile risulterebbe pensare che noi siamo ANCHE ciò che appariamo. L’apparenza è il primo grado della conoscenza, legato alla sensibilità, ma non per questo meno importante.
Io sono, a tutti gli effetti, il modo in cui appaio, il modo in cui mi vedo riguardandomi allo specchio. Anche, ma lo sono. E sono il modo in cui mi pettino, e il modo in cui vesto. In ciò non vi dovrebbe essere dubbio alcuno, perché anche l’apparenza, per quanto discutibile, fa parte dell’identità. Dagli occhiali alle scarpe, dai tatuaggi ai piercing, dalle collane agli anelli, dalle sopracciglia alle dita dei piedi, dal modo di vestire al modo di vivere le giornate.

E poi mi sposto un momento, e quell’immagine non c’è più. Eterea e caduca. Mirabilmente effimera.
Curioso, di fatto nella mia carta d’identità leggo proprio ciò che di me va morendo giorno dopo giorno. Leggo della mia residenza, leggo dei miei capelli e dei miei occhi, leggo del mio stato civile e dei miei segni particolari.
Leggo insomma del mio apparire.
Manca proprio tutto, tutto ciò che della mia identità non morirà mai.
Manca la mia fede.
Mancano le mie idee.
Manca il mio pensiero.
Mancano le mie esperienze.
Manca la cultura acquisita.
Già perché non c’è anche la mia anima? Perché non ci sono i miei scritti? Perché mai non c’è la mia genealogia?
Ma soprattutto, perché c’è il mio nome?

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

Umberto Eco – Il Nome della Rosa

A che serve il nome dell’antica rosa, quando l’unica cosa che ci è rimasta è proprio il puro e semplice nome? Cosa te ne fai del nome se non ne assapori l’inconfondibile profumo, e non ne tocchi l’incantevole bellezza?

Perché c’è il mio nome? A che servirà un nome quando il mio essere fisico non sarà più null’altro che polvere e terra? A chi servirà un nome se non resterà la mia reale identità?

E intanto non posso fare a meno di osservare che su quel foglio di carta color marrone c’è un campo che recita "cittadinanza". E non posso fare a meno neppure di sentirmi confuso. Perché la cittadinanza farebbe parte della mia identità? In che modo?
Da secoli ormai, da John Locke e Jean-Jacques Rousseau, il concetto di cittadinanza si è sempre più disciolto in senso illuministico verso il concetto di un contenitore di diritti soggettivi, fondati sull’eguaglianza giuridica. Un contenitore di diritti o poco più. E’ curioso sembra un’identità più forte per la società l’"Io" come possessore di diritto, anziché l’"Io" come prodotto di sedimentazioni e culture. Perché il punto è proprio questo: i miei diritti sono reclamati per Natura, nato con quel dono che il Signore mi ha fatto del "libero arbitrio".
E questi diritti sono universali e non particolari, e non contribuiscono in modo minimale a definire la MIA identità.
Stato di Diritto lo chiamano.
La mia identità è ben altro. La mia identità è storia e storie di antenati lontani lungo le ere di questa Terra. La mia identità è storia e storie dei paesi in cui sono nato e in cui vivo e ho vissuto. La mia identità è fatta di tradizioni e costumi, di usi e dialetti, di modi di esprimersi, modi di vestire e fare. La mia identità è dunque sedimento di strati culturali diversi, di influenze tra le più varie e svariate, e che vanno dalla lingua alla religione, dalla politica ai valori, dalla cultura alle espressioni.

La cittadinanza non dovrebbe essere universalità, ma comunione di identità, legate da un filo comune, un trait d’union condiviso: un bene che non dovremmo svendere, ma per cui dovremmo fermamente combattere.

...dare ai privati certi diritti e garantire loro il godimento incontestato dei medesimi; conservare all'individuo quel poco di indipendenza, di forza, di originalità che gli restano; ridargli dignità a fianco della società e sostenerlo di fronte ad essa; questo sembra essere il primo scopo del legislatore nell'età in cui stiamo entrando.

Alexis de Tocqueville

Perché anche la cittadinanza è la nostra identità. Anche.

E troppo tardi sarà l’istante in cui immoleremo le nostre identità votandole al relativismo, in una putrida accozzaglia di uguaglianza senza originalità, o votandole alla noncuranza e al menefreghismo, in cui le esistenze si afflosciano al vuoto sopravvivere senza provare a spingere a fondo quel pensiero che è la caratteristica distintiva di noi esseri umani.

Perché in quel momento, nel momento in cui non ci preoccuperemo più della nostra identità, saremo persi e morti, e cammineremo su questo mondo solo nell’attesa che il nostro fisico svanisca nelle braccia del tempo.

Perché in quel momento smarriremo noi stessi.

Perché l’identità è tutto ciò che definisce l’"Io", e tutto ciò che siamo, ben oltre i nostri geni, aldilà del DNA.

E’ l’identità, è il nostro ReadME.txt.